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Oggi comincio a leggere Gino Marchitelli, partendo da Lambrate, quartiere di gioventù. La storia inizia vicino al Giuriati, dove si allenavano gli amici rugbisti, dove si andava a correre. In questi giorni tutto porta al passato.

Canzone del Capitano

Rinascere,

Forse,

Non è possibile,

Però

Si può guardare il mare

E vivere

Per tutto il tempo,

Agire,

Non consumare,

Gli attimi.

Li stringo

In una mano,

Li riempio

Di me

Verso chi amo.

Li riempio

Di bellezza,

Di cose giuste,

Buone,

Fatte bene,

Di gente,

Sabbia,

Di tramonti.

Di mondi,

Di sapere,

Di strapiombi,

Di soluzioni

A ritmo regolare,

Di una franchezza

Perpendicolare.

Sono rotondi

Gli attimi,

Rotolano,

Come quei ciottoli

Quando le onde

Li sospingono,

Solo di poco,

Senza cambiare

La riva,

Il confine naturale.

Il vento

Sospira,

Il cielo

M’ispira,

Io lo dipingo

E gli sorrido,

Molto vicino,

Molto lontano,

Della mia vita,

Con tutto

Ciò che posso,

Capitano.

Incroci a T

Pubblicato: 18 giugno 2014 in cose sparse
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Cose che non puoi non vedere.

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Presagi di splendore

Pubblicato: 28 febbraio 2014 in cose sparse
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Ieri sera lavoravo, sul divano, il computer sulla gambe incrociate. Ero stanca, molto stanca. Solo una piccola pausa, mi son detta. Un piccolo sonno. Ho steso le gambe, ho tenuto il computer in grembo. Spostarlo avrebbe voluto dire mettersi a dormire, fino a questa mattina. Ho lasciato il computer dov’era e mi sono lasciata andare. Un piccolo sonno. Poco dopo ero sveglia. Forse il rumore di un auto giù in strada. Forse il senso del dovere. Ero sveglia. E ho visto, stranita, il movimento del computer, come una vela d’argento sul mare mosso. Quel movimento, come di barca sui flutti, era il mio respiro, era il mio essere viva. Sono rimasta a guardare per un po’ quel miracolo banale e misterioso, svelato ed evidente, cruciale e costante. Poi ho ripreso il mio lavoro e quando l’ho finito, l’ho spedito via, lontano.
Era tardi. Molto tardi. Sono andata alla finestra, l’ho aperta e mi sono affacciata. Quando faccio tardi, molto tardi, ne approfitto per guardare un po’ la notte. È bella la notte. Il cielo grigio blu era invaso da grandi nuvole immobili dai riflessi aranciati. Il silenzio risuonava di un concerto di alba e primavera, le voci degli uccelli, nascosti fra le foglie dei sempreverdi o appollaiati con le gemme in agguato, gonfie di fiori. Ho pensato al respiro. Del mondo. Al mio. A quello di qualcun altro. Come ondeggia la tua vita, e fra quali flutti, in questo preciso istante, ho chiesto. Un’inutile domanda, senza possibilità di ricezione, né di risposta. Chissà cosa sposta il tuo respiro. L’aria di una conversazione notturna, la pelle calda di qualcuno, una coperta piena di tepore.
Ho chiuso la finestra e sono andata a dormire, per un po’.
Oggi, poi, ho raccontato di questo presagio di alba così bello a una collega. Non so come siamo andate sul discorso. Forse mi ha visto stanca. Le spiegavo della notte di lavoro.
– L’hanno detto anche in radio, di com’era bella l’alba questa mattina. Un programma della Rai. Inizia presto e i conduttori che si alzano alle cinque dicevano che l’alba, questa mattina, era meravigliosa.
Così mi ha detto Angela.
Io di quest’alba meravigliosa ho visto solo un presagio. Ma in quel presagio c’era già tutto lo splendore. Forse sono presagi di splendore quelli che cerco, quando faccio tardi, molto tardi, e ne approfitto per guardare la notte. Apro la finestra, mi affaccio e guardo, in cerca di presagi di splendore.