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Un mio racconto su Giallo, Cairo Editore. In edicola.

Ringrazio: l’amico Aldo Milani, cui é ispirato il personaggio di Darko Malcasi; lo scrittore Fernando Coratelli, che mi ha suggerito di fare di Darko un giornalista d’inchiesta, anziché un “classico” investigatore; lo scrittore Paolo Roversi, curatore dell’antologia in cui il testo è stato inserito nel 2014, e lo scrittore Stefano Di Marino, che ne è stato editor, un maestro; Lillo Garlisi, editore, che ha pubblicato per Novecento l’antologia e che ora, con Laurana Editrice, si è adoperato per la pubblicazione nella rivista Giallo, Cairo Editore.

“A volte, quando non capisci quello che vedi, devi cambiare punto di vista. In fotografia è così.”

Un autore che per me è già un classico, una persona meravigliosa, un amico.

Piersandro Pallavicini.

Ringrazio, come per tante altre cose, l’amico e anche lui scrittore Fernando Coratelli, che mi parlò di lui con stima e affetto.

Qui la mia recensione di Una commedia italiana: http://www.mondorosashokking.com/Dalla-Libreria-Rosa-Shokking/Una-commedia-Italiana-di-Piersandro-Pallavicini/

Molti, in un giorno come questo, onorano la memoria dei loro nonni, o bisnonni, che liberarono l’Italia.
La storia di mio nonno Umberto è questa.
Nacque austriaco. Durante la prima Guerra fu chiamato alle armi nell’esercito austroungarico di Francesco Giuseppe. Fu fatto prigioniero dai russi, caricato su un treno diretto in Siberia, stipato con altri, come bestie. Riuscì a scappare. Si perse nella neve. Sarebbe morto congelato, ma qualcuno gli diede riparo in una izba. Poi viaggiò, fino a Vladivostok, dove fece il cavallaro. Insegnò l’italiano alla figlia del padrone. Quando tornò, per terra, per mare e poi risalendo l’Italia, portava con sé due paia di orecchini, quadrati, di corallo, e rotondi, di brillanti.
Durante la seconda Guerra, Umberto aveva più di quarant’anni e quattro figli. Non andò al fronte, fu il suo primogenito a essere chiamato, per l’Italia, questa volta. Contraerea, sulle montagne. Quando tutto finì, e Vittore tornò a casa, non era più la stessa persona di quando era partito.
Mio nonno sostenne la lotta partigiana. Uno dei suoi amici più cari era il conte Giannantonio Manci. A casa Manci, la stessa in cui mia madre, due volte l’anno, abitava per qualche settimana per cucire il guardaroba di stagione delle figlie del conte, c’era una stazione radio dei partigiani. Giannantonio era il capo della Resistenza trentina. Una spia fece rapporto e Giannatonio fu arrestato. Si gettò dal terzo piano della sede della Gestapo di Bolzano, per non parlare sotto tortura.
Durante la ritarata delle truppe tedesche, i soldati passarono per Povo di Trento. Bussarono anche alla porta di mio nonno Umberto. In quel caso cercavano cibo, e non vendetta. Mio nonno diede loro quello che aveva, e una mucca.
Potrebbero essere i miei figli, e hanno fame, disse.

La guerra è sempre sbagliata. La resistenza, giustamente, ne consegue.