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Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.

Henry Scott Holland

Shout

Pubblicato: 10 aprile 2018 in cose sparse
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La vertigine del suo canto d’Orfeo impaura per la vibrazione della sua straordinaria sensibilità.

L’oblio non fende di notte il chiarore originario del suo orizzonte, mai pago di sete di acqua chiara.

Rainer Maria Rilke

Poteva accadere.

Doveva accadere.

È accaduto prima. Dopo.

Più vicino. Più lontano.

E’accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.

Ti sei salvato perché eri l’ultimo.

Perché da solo. Perché la gente.

Perché a sinistra. Perché a destra.

Perché la pioggia. Perché un’ombra.

Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.

Per fortuna non c’erano alberi.

Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,

un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.

Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.

Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,

a un passo, a un pelo

da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?

La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.

Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore.

Wislawa Szymborska

S’io fossi il mago di Natale

farei spuntare un albero di Natale

in ogni casa, in ogni appartamento

dalle piastrelle del pavimento,

ma non l’alberello finto,

di plastica, dipinto

che vendono adesso all’Upim:

un vero abete, un pino di montagna,

con un po’ di vento vero

impigliato tra i rami,

che mandi profumo di resina

in tutte le camere,

e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei

a fare magie

per tutte le vie.

In via Nazionale

farei crescere un albero di Natale

carico di bambole

d’ogni qualità,

che chiudono gli occhi

e chiamano papà,

camminano da sole,

ballano il rock an’roll

e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:

gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato

faccio crescere l’albero

del cioccolato;

in via del Tritone

l’albero del panettone

in viale Buozzi

l’albero dei maritozzi,

e in largo di Santa Susanna

quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?

La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto

all’albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani

lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale

e il giorno di Natale

i bimbi faranno

il giro di Roma

a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo

colto dal suo ramo

ne spunterà un altro

dello stesso modello

o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà

magari in via Condotti

l’albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono

che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti,

scegliete quelli che volete,

prendeteli tutti quanti.

(Gianni Rodari)

Omaggio

Pubblicato: 3 gennaio 2017 in cose sparse, letture
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Il mio cuore nato nudo

Fu fasciato di ninne nanne.

Poi da solo indossò

Strofe per vestirsi.

Come una camicia

Ho portato sulle spalle

La poesia che ho letto.
Così ho vissuto

Per mezzo secolo

Finché senza parole ci incontrammo.
Dalla mia camicia sullo schienale della seggiola

Imparo questa notte

Per quanti anni

Di studio a memoria

Ho aspettato te.
(John Berger)

fotoEstate scorsa, Bottega del Vino, corso Genova, Milano.
Il maestro Fernando Picenni – pittore, uno dei più apprezzati artisti contemporanei – come suo solito beve un bicchiere, un po’ defilato. Con la sua consueta timidezza dice – a me e a mia sorella Fabiana, che commentiamo il fatto che i titoli dei suoi quadri sembrino delle poesie:
– Ne ho scritti tanti di versi…
– Ah, sì? Perché non ce li fa leggere, allora?
Lui piega la testa di lato, abbassa lo sguardo, sorride.
Qualche sera dopo Fernando è di nuovo all’osteria. Con due plichi di fogli rilegati, scritti a macchina.
– Se volete leggere… – fa.
– Grazie! Chissà che belli! E magari poi troviamo anche un editore che li pubblichi – rispondo.
– Davvero?
– Beh, non è semplice, ma le prometto che se sono belli come immagino la aiuterò a presentare i suoi scritti a un bravo editore di poesia.
Fernando sorride a suo modo, le guance un po’ arrossate dall’emozione, solo all’idea.

Le poesie sono straordinariamente belle.
Fabiana, la Grande Organizzatrice, il giorno dopo ha già trasformato i due plichi in pdf. Io, per parte mia, scrivo a Marco Saya. Lo ho incontrato in occasione della presentazione di un amico che pubblica con la sua casa editrice. Marco è una persona distinta, cordiale, piena di spirito. Insomma, una persona a cui ti senti di chiedere di leggere le poesie di un amico.
E Marco dice sì:
– Le leggo volentieri.
Marco è davvero un signore: mi avvisa quando il plico gli arriva, e quando comincia a leggere i versi di Fernando, e per dirmi che gli stanno piacendo. Davvero un signore.
Poi, a inizio primavera, all’osteria di corso Genova ritrovo Fernando. È raggiante:
– Domani l’editore viene al mio studio. Stiamo scegliendo le illustrazioni, e la copertina. Mi pubblicherà.

Perciò lo sapevo che il libro sarebbe uscito. Tuttavia non mi aspettavo di trovarlo, fresco di stampa, allo stand dell’editore al salone del Libro di Torino. E invece c’era.
Sono stata così felice di acquistarlo.
Fernando ha ottant’anni, è stimatissimo come pittore, ma questa è la sua prima pubblicazione. Il suo esordio.
Sono stata così felice di portarmi via da Torino il suo libro. Al salone sono andata solo per incontrare due persone che stanno lontane dall’Italia, era l’occasione per vederci (beh, se avessi avuto da presentare qualcosa di mio non avrei fatto certo la difficile, anzi, sarei stata assolutamente esaltata…), ma vedere lì il libro di Fernando è valso comunque il viaggio.

Penso questo, mentre il Freccia entra in stazione. Questa grande piccola gioia di Fernando rende più allegra la luce struggente del tramonto attraverso le vetrate della volta immensa che si inarca sopra i binari quando arrivi a Milano (non sono struggenti le stazioni, al tramonto?).
Poi, giù dalle futuristiche scale mobili, un grido sovrasta il caos, e la folla:
– Prooooooooooof!
Un ragazzino, in mezzo a un’immensa scolaresca, anche loro tutti di ritorno da Torino. Sui dodici anni. Mento alto, occhi a fessura, in attesa che la prof. gli dia retta.
– Dimmi, Giacomo – fa la pazientissima, avanti di molte teste.
– Prof., lo ha segnato lei il titolo di quel libro che hanno presentato, ché domani voglio comprarmelo?
Beh. Dai. Come finale di giornata non è male.
Dove la mettiamo la dissolvenza? Su Giacomo che si spara le pose, circondato da un gruppetto di compagne di classe adoranti? Sulla volta della Stazione Centrale, ragnatela di luce dorata? Sulla mia mano che cerca il biglietto del metro in borsa e così si intravede la copertina del libro di Fernando?
No.
La dissolvenza la facciamo su Fernando, che in questo momento sarà alla Bottega del Vino, con il suo rosso, un po’ in disparte. Su Fernando che saluta con un sorriso intriso di modestia tutti quelli che entrano. Su Fernando, che ancora non sa che il suo libro è uscito, e che noi, qui, stiamo parlando di lui.