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Trame

Pubblicato: 18 novembre 2014 in cose sparse
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Tramano tutti alle mie spalle. Per amore.

Solo una cosa

Pubblicato: 11 ottobre 2014 in cose sparse
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L’amicizia è quella cosa che gli amici sanno tutto, ma solo una cosa interessa loro: tu.

Nell’estate della maturità, cambiai casa.
Con la scusa dello studio, non partecipai al trasloco e mi rintanai nell’atelier di pittura di mio padre a ripassare Tecnica Aziendale e a macinare veleno al pensiero di dovermi trasferire così lontano dalla mia adorata compagnia.
Andavo a vivere alla Barona, un quartiere che ora mi è caro, ma che allora consideravo peggio del confino.
A trasloco avvenuto, affrontai il viaggio verso la mia nuova residenza con la morte nel cuore. Metro verde e poi autobus 76 fino al capolinea, dove un edificio a forma di L, nuovo di zecca, sorgeva in mezzo a una campagna senza verde.
La sera mi chiusi in camera mia, inalberando la piva più lunga del mondo, come personale protesta verso il sopruso che, – infantilmente – ritenevo, mi era stato inferto dai miei genitori: mi avevano trascinata in quel posto tagliato fuori dal mondo, lontano milioni di anni luce dai miei amici.
Non avevo uno straccio di automobile o di motorino e, sebbene negli anni precedenti avessi volentieri solcato Crescenzago-Cimiano-Feltre per raggiungere gli altri in piazza Donegani, in autobus, in bici, anche da sola la sera tardi, pur di non mancare, la traversata di un’intera città si faceva ora piuttosto improbabile, soprattutto considerato il fatto che adesso abitavo in quel luogo desolato.
Nel caseggiato, che a quei tempi era l’unico nel raggio di qualche chilometro, non si era ancora trasferito nessun altro, la strada non c’era, solo una striscia di terra scura battuta, niente lampioni e intorno un deserto di zolle.
Fuori, nel riquadro della finestra, solo buio pesto e silenzio, intessuti di cicale e raganelle.
Era evidente che da lì non c’era verso di raggiungere la piazza a mio piacimento. Avrei trascorso un luglio solitario e musone.
Così pensavo, a luci spente, rannicchiata in angolo del letto. Probabilmente frignavo sommessamente, come la Principessa Rinchiusa nella Torre.
Ma qualcosa attirò la mia attenzione.
Delle voci, il rumore del motore di una macchina.
Qualcuno, giù in strada, stava gridando qualcosa.
“Sabra!”
“Sabrina!”
Non era possibile!
Non ci potevo credere.
Mi affacciai alla finestra, con un misto di stupore e felicità.
Non li vedevo, ma avevo riconosciuto le voci.
Alberto e Luca erano arrivati fin lì e mi stavano chiamando.
“Scendi!”
“Sabra!”
Continuavo a non vederli.
Solo la fioca luce di cortesia nell’abitacolo e i coni luminosi degli abbaglianti si distinguevano nell’oscurità.
“Sabra, dove sei?”
“Sono qui!” rispondevo io, ma neppure loro potevano individuarmi nella facciata spenta della casa.
Dovevo accendere la luce della stanza, per segnalare la mia posizione. Mi sbracciai per salutarli.
“Eccola!!!”
“Dai, scendi.”
I miei mi videro filare come un razzo verso la porta di casa, salutai scappando, uscii senza neanche chiedere il permesso.
Non ce n’era bisogno. La penombra del soggiorno, resa azzurrina dal riverbero della TV, luccicava dei loro sorrisi.

Scesi in strada scapicollandomi giù per le scale, sfidando zolle e raganelle e, senza capire bene dove stessi mettendo i piedi, arrivai alla macchina che mi aspettava a motore acceso e ci saltai sopra.

Correndo a finestrini abbassati per i viali della circonvallazione, raggiungemmo gli altri.
Passammo insieme una delle nostre serate in compagnia e, a notte fonda, mi riaccompagnarono.

Non ho mai dimenticato quel gesto di amicizia.
Non ho mai dimenticato ciò che provai nel vedere il chiarore di quei fari, accesi nel buio.

The day after

Pubblicato: 18 giugno 2014 in cose sparse
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“Giacché, come dice Pennac, ‘invecchiare è l’unico sistema per non morire giovani’ … godiamocelo questo compleanno! Buona giornata, spero speciale.”

Sulla scrivania del mio studio, the day after, da una persona che mai avrei immaginato, con un vasetto di rose. E accanto i fiori della mia nuova ‘amica’ Emma, dieci anni.

‘Friends are flowers that never fade’. È una scritta ricamata su una mia borsa da campagna. Friends, sometimes, blossom all of a sudden. Lo ricamo qui, sulla tovaglietta bianca e blu che apparecchia il mio i phone.

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fotoEstate scorsa, Bottega del Vino, corso Genova, Milano.
Il maestro Fernando Picenni – pittore, uno dei più apprezzati artisti contemporanei – come suo solito beve un bicchiere, un po’ defilato. Con la sua consueta timidezza dice – a me e a mia sorella Fabiana, che commentiamo il fatto che i titoli dei suoi quadri sembrino delle poesie:
– Ne ho scritti tanti di versi…
– Ah, sì? Perché non ce li fa leggere, allora?
Lui piega la testa di lato, abbassa lo sguardo, sorride.
Qualche sera dopo Fernando è di nuovo all’osteria. Con due plichi di fogli rilegati, scritti a macchina.
– Se volete leggere… – fa.
– Grazie! Chissà che belli! E magari poi troviamo anche un editore che li pubblichi – rispondo.
– Davvero?
– Beh, non è semplice, ma le prometto che se sono belli come immagino la aiuterò a presentare i suoi scritti a un bravo editore di poesia.
Fernando sorride a suo modo, le guance un po’ arrossate dall’emozione, solo all’idea.

Le poesie sono straordinariamente belle.
Fabiana, la Grande Organizzatrice, il giorno dopo ha già trasformato i due plichi in pdf. Io, per parte mia, scrivo a Marco Saya. Lo ho incontrato in occasione della presentazione di un amico che pubblica con la sua casa editrice. Marco è una persona distinta, cordiale, piena di spirito. Insomma, una persona a cui ti senti di chiedere di leggere le poesie di un amico.
E Marco dice sì:
– Le leggo volentieri.
Marco è davvero un signore: mi avvisa quando il plico gli arriva, e quando comincia a leggere i versi di Fernando, e per dirmi che gli stanno piacendo. Davvero un signore.
Poi, a inizio primavera, all’osteria di corso Genova ritrovo Fernando. È raggiante:
– Domani l’editore viene al mio studio. Stiamo scegliendo le illustrazioni, e la copertina. Mi pubblicherà.

Perciò lo sapevo che il libro sarebbe uscito. Tuttavia non mi aspettavo di trovarlo, fresco di stampa, allo stand dell’editore al salone del Libro di Torino. E invece c’era.
Sono stata così felice di acquistarlo.
Fernando ha ottant’anni, è stimatissimo come pittore, ma questa è la sua prima pubblicazione. Il suo esordio.
Sono stata così felice di portarmi via da Torino il suo libro. Al salone sono andata solo per incontrare due persone che stanno lontane dall’Italia, era l’occasione per vederci (beh, se avessi avuto da presentare qualcosa di mio non avrei fatto certo la difficile, anzi, sarei stata assolutamente esaltata…), ma vedere lì il libro di Fernando è valso comunque il viaggio.

Penso questo, mentre il Freccia entra in stazione. Questa grande piccola gioia di Fernando rende più allegra la luce struggente del tramonto attraverso le vetrate della volta immensa che si inarca sopra i binari quando arrivi a Milano (non sono struggenti le stazioni, al tramonto?).
Poi, giù dalle futuristiche scale mobili, un grido sovrasta il caos, e la folla:
– Prooooooooooof!
Un ragazzino, in mezzo a un’immensa scolaresca, anche loro tutti di ritorno da Torino. Sui dodici anni. Mento alto, occhi a fessura, in attesa che la prof. gli dia retta.
– Dimmi, Giacomo – fa la pazientissima, avanti di molte teste.
– Prof., lo ha segnato lei il titolo di quel libro che hanno presentato, ché domani voglio comprarmelo?
Beh. Dai. Come finale di giornata non è male.
Dove la mettiamo la dissolvenza? Su Giacomo che si spara le pose, circondato da un gruppetto di compagne di classe adoranti? Sulla volta della Stazione Centrale, ragnatela di luce dorata? Sulla mia mano che cerca il biglietto del metro in borsa e così si intravede la copertina del libro di Fernando?
No.
La dissolvenza la facciamo su Fernando, che in questo momento sarà alla Bottega del Vino, con il suo rosso, un po’ in disparte. Su Fernando che saluta con un sorriso intriso di modestia tutti quelli che entrano. Su Fernando, che ancora non sa che il suo libro è uscito, e che noi, qui, stiamo parlando di lui.

Il rullino immaginario

Pubblicato: 17 dicembre 2013 in (quasi) in diretta
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prima ho sentito il regista per varie cose e poi ci siamo messi a ridere perché ci siamo accorti che le tue foto arrivano a metà spettacolo, poi con un salto ci sono quelle dei saluti. allora ci chiedevamo se fosse finito il rullino immaginario dell’iphone. stupidaggini a parte, grazie.

parole lievi di amicizia, che (in)discretamente quoto.