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“Penso così e all’improvviso mi ricordo di un sogno, che ho fatto quando ero molto piccola, così piccola che non saprei dire quanti anni avessi, un sogno rimasto sempre incompreso. Forse in questo momento tutto torna e lo posso capire. Intorno a me svettava un paesaggio naturale, che ora paragonerei a un

dipinto di Alexander Cozens, allora non avrei saputo certo definirlo così. Una sorta di struggente Paradiso Terrestre. Ero sola. A un tratto davanti a me si formava una scritta, come il titolo di testa di un film: Venus Dei. Era la mia stella, la mia Venere, che così mi catturava, bambina, nel sonno, come in un mito, per sempre? Oppure, mi domando, ché

sto giocando con le parole, conteneva forse quello strano sogno uno sbadato errore di ortografia? Forse Venus Day erano le parole giuste, e il mio sogno fece confusione, fra inglese e latino, lingue che entrambe, a quel tempo, non conoscevo? Cadrà in un Venus Day il momento del mio grande salto? Sarà qualcosa di improvviso, o già ora io, e le mie stelle, lo stiamo preparando? Forse devo solo attendere. E non avere paura di perdere.

Se deve succedere, succede – la cosa più importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano.

Lo scriveva John Steinbeck a suo figlio quattordicenne Thom, che era innamorato di Susan e gli chiedeva consigli sull’amore. Guardo il panorama immenso. Il grande salto. Non so ancora in cosa consisterà. Qualcosa di inebriante e definitivo, come sarebbe volare da questo belvedere, nel blu abbacinante del cielo sventagliato di inarrivabili nuvole? Devo stare sotto le stelle ad attendere? O posso fare qualcosa per propiziarlo, il grande salto?

Vorrei saperlo.” . (Il grande salto, Edizioni dEste)

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Quale Dea ti manca?

C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.

Oggi comincio a leggere Gino Marchitelli, partendo da Lambrate, quartiere di gioventù. La storia inizia vicino al Giuriati, dove si allenavano gli amici rugbisti, dove si andava a correre. In questi giorni tutto porta al passato.

Non vedevo l’ora che uscisse il Corriere dei ragazzi per leggere le storie di Valentina Mela Verde di Grazia Nidasio. Erano lievi ed edificanti ma raccontavano la realtà di quegli anni. E mostravano che l’innocenza curiosa, la voglia di sognare e il presagio di qualcosa che ci attendeva oltre, meno rassicurante, erano del tutto “normali”. Erano anche gli anni dei Fantastici Quattro, di Tex Willer e dell’inquietante Eternauta, della voglia di superpoteri, del fascino dell’avventura e del coraggio, della bellezza del senso di amicizia. Erano gli anni in cui, per le prime volte, i numeri di Annabella con gli adorati racconti di Brunella Gasperini passavano direttamente nelle mie mani, senza bisogno di preliminare “censura” sui contenuti degli articoli della rivista. Gli anni in cui i romanzi sugli scaffali più alti della libreria di casa erano a mia disposizione, senza bisogno di leggerli di nascosto. Era un tempo in cui ancora si badava a cosa dovesse progressivamente toccare la nostra sensibilità di ragazzi e a quando fosse il momento giusto perché ciò avvenisse.

Era un tempo.

Si salutarono, e nell’addio

C’era già il benvenuto.

(Mario Benedetti)

Una lettura struggente e potentemente edificante.

S’io fossi il mago di Natale

farei spuntare un albero di Natale

in ogni casa, in ogni appartamento

dalle piastrelle del pavimento,

ma non l’alberello finto,

di plastica, dipinto

che vendono adesso all’Upim:

un vero abete, un pino di montagna,

con un po’ di vento vero

impigliato tra i rami,

che mandi profumo di resina

in tutte le camere,

e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei

a fare magie

per tutte le vie.

In via Nazionale

farei crescere un albero di Natale

carico di bambole

d’ogni qualità,

che chiudono gli occhi

e chiamano papà,

camminano da sole,

ballano il rock an’roll

e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:

gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato

faccio crescere l’albero

del cioccolato;

in via del Tritone

l’albero del panettone

in viale Buozzi

l’albero dei maritozzi,

e in largo di Santa Susanna

quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?

La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto

all’albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani

lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale

e il giorno di Natale

i bimbi faranno

il giro di Roma

a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo

colto dal suo ramo

ne spunterà un altro

dello stesso modello

o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà

magari in via Condotti

l’albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono

che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti,

scegliete quelli che volete,

prendeteli tutti quanti.

(Gianni Rodari)

Il 24 ottobre alle ore 21 presso i Frigoriferi Milanesi, Philo organizza la presentazione di Codice Kanun (Edizioni dEste), di Durim Taci. Presenterò con Chiara Mirabelli il romanzo di Durim che racconta una verità poco conosciuta sull’Albania, sul filo di una spy story di respiro internazionale.

Quando al mattino Baltasar si svegliò, vide Blimunda coricata accanto a lui che mangiava un pezzo di pane, a occhi chiusi. Li aprì solo, grigi in quel momento, finito di mangiare e disse, Non ti guarderò mai dentro.(José Saramago)

Omaggio

Pubblicato: 3 gennaio 2017 in cose sparse, letture
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Il mio cuore nato nudo

Fu fasciato di ninne nanne.

Poi da solo indossò

Strofe per vestirsi.

Come una camicia

Ho portato sulle spalle

La poesia che ho letto.
Così ho vissuto

Per mezzo secolo

Finché senza parole ci incontrammo.
Dalla mia camicia sullo schienale della seggiola

Imparo questa notte

Per quanti anni

Di studio a memoria

Ho aspettato te.
(John Berger)